Intervista | Attacchi di fame nervosa: serve davvero (anche) lo psicologo?

LE INTERVISTE - Attacchi di fame nervosa serve davvero lo psicologo

C. (53 anni) è arrivata da me quasi due anni e mezzo fa, per un problema di fame nervosa. Come spesso accade, ci siamo ritrovate a parlare principalmente di emozioni, piuttosto che di diete, chili e centimetri da perdere (ehi, per quello ci sono dietologi, dietisti e nutrizionisti, con cui collaboro fianco a fianco!). Alcune persone, quando spiego questa cosa, rimangono un po’ perplesse: se ci si presenta per un problema di fame nervosa, di fame nervosa si dovrebbe parlare, no? No! =)

C., con quel suo modo di raccontare diretto e simpaticissimo, saprà illustrarti anche meglio di me perchè le emozioni son così importanti.

Quali motivazioni o problemi ti hanno spinto a intraprendere questo percorso?

Il succo del discorso è che non mi piacevo. Mangiavo, mangiavo, mangiavo e ingrassavo, ingrassavo, ingrassavo.

Però, al fatto di aver bisogno di un percorso ci sono arrivata, purtroppo, con estrema lentezza. Le ho provate tutte prima: diete dal dietologo, diete fai-da-te, diete sui giornali, persino l’agopuntura per gli attacchi di fame nervosa! Anzi, se devo proprio dirla tutta, all’inizio nemmeno mi accorgevo di avere degli attacchi di fame nervosa. Io davo la colpa al metabolismo, alla genetica, alla pigrizia, ma non mi rendevo conto di quanto effettivamente smangiucchiassi durante il giorno.

Che impatto aveva il problema degli attacchi di fame nervosa sulla tua vita?

Ah schifo! Io mi facevo letteralmente schifo. Uno si racconta che il fisico non conta niente, che ti devi accettare anche così, ma in realtà ti condiziona eccome! Nel tempo, grazie al percorso, ho scoperto che in realtà è quello che hai dentro che condiziona il tuo fisico, non il contrario. Però poi diventa un circolo vizioso. Ti senti piccola, insignificante, bruttina, che vali meno degli altri e dai la colpa al fisico. Così il fisico si ingrossa e ti senti ancora più a disagio, più buona a nulla. In realtà, il fisico è un alibi bello e buono. Il tuo corpo si prende tutte le colpe, ma in realtà sono le emozioni che hai dentro a condizionarti. Ma questo l’ho capito dopo, durante la psicoterapia.

Quali erano i tuoi dubbi prima di cominciare?

Io, dottoressa, gliel’avevo confessato in uno dei primi incontri: quando ho letto uno dei suoi articoli sullo psicologo per dimagrire, le ho riso praticamente in faccia (nascosta dietro il mio pc!). Mi sembrava assurda la storia che servisse uno psicologo per perdere peso (io, del resto, ne facevo solo una questione di perdere peso, non di emozioni…ero ignorantotta sulla questione all’epoca!). L’unica cosa che contava, secondo me, era la forza di volontà e io non ne avevo abbastanza, evidentemente.

Per questo, quando ho letto il suo articolo ho riso. Allo stesso tempo, però, deve avermi colpita, perché ho continuato a pensarci nei giorni successivi e sono andata a rileggermelo più volte. Alla fine mi son detta: “Vai, prova, se non funziona torni a casa e ne hai semplicemente tentata un’altra. Non hai molto da perdere!”.

Cosa è cambiato durante il percorso?

Tutto?! A parte gli scherzi, la prima cosa che è cambiata è stata quella di non sentirmi più tanto in colpa: ho passato anni a darmi addosso da sola e, insieme a me, lo hanno fatto alcuni amici e anche alcuni dietologi. Con lei ho scoperto che, se mi affannavo a mangiare così tanto, forse c’era un senso. Forse ero arrabbiata o triste o annoiata, forse a volte avevo fame davvero, ma in ogni caso aveva senso.

Ogni volta che arrivavo da lei per confessarle tutto quello che mi ero ingurgitata, probabilmente mi aspettavo uno sguardo di disapprovazione e invece lei faceva uno di quei suoi meravigliosi sorrisi, guardava ironicamente fuori dalla finestra e mi diceva: “Ah no, pare non sia caduto il mondo nemmeno oggi!”. E io, glielo giuro, mi sentivo alleggerita.

Ah ma non è stato tutto così semplice. Io ero anche incavolata nera. Ero arrabbiata in generale, ma ero arrabbiata anche con lei, perché non mi andava di aver bisogno di questo percorso. Quanto ho lottato per dimostrare di non averne bisogno. E più ne avevo bisogno e più volevo scappare. Come cavolo ha fatto a sopportarmi?!

Poi ho scoperto che a volte hai bisogno e puoi comunque essere autonoma. E poi, ancora, ho scoperto che puoi aver bisogno e gli altri ci possono essere, solo che devi riuscire ad accettare il LORO modo di esserci, togliendoti dalla testa quelle aspettative e quel “non è abbastanza”. Devi solo imparare a chiedere e ad aspettare (che anche sull’attesa, sull’aspettare e sulla pazienza ne avrei da raccontare, ma ho poche righe, quindi lascio intendere…) e ti sarà dato, a volte. E se a volte non arriva, impari ad arrabbiarti, ma anche ad accettare che ognuno è fatto a modo proprio (almeno non mangi e non è poco!).

Qual è il beneficio più grande che ti porti a casa da questo percorso?

Io mi sento in pace. Una vita a lottare con il mondo: il peso, gli altri, i colleghi, il marito, le amiche, i passanti, me stessa. Ora sembra una frase da testamento: “Me ne vado in pace”, però è così. Io esco da questo percorso in pace. Sono meno arrabbiata, più serena.

Ah lo specifico, perché poi lo so che la dottoressa chi la sente (!). In pace non significa che non mi arrabbio. Mi arrabbio, sì, però lo capisco e faccio qualcosa. Da fuori, probabilmente, sembra anche che mi arrabbi più di prima. Il punto è che prima mi arrabbiavo, ma non volevo ammetterlo e smangiucchiavo, tutta nervosa. A volte, capita di avere ancora qualche smangiucchiamento, ma va bene. So che può capitare, ma sono io a scegliere ed è un’eccezione, non più la norma quotidiana.

Come vedi oggi il tuo futuro?

Non lo so di preciso, ma so che ho possibilità di scegliere e di muovermi. Non sono più incastrata in un ruolo che non sento mio. Non mi sento più in dovere di star dietro solo ai bisogni degli altri, ma anche ai miei. Posso scegliere se occuparmi di loro o di me. O di entrambi. Quel che conta, è che non è più una scelta obbligata, ma una scelta vera. Non sentendomi più costretta, sono anche meno arrabbiata, quando gli altri mi chiedono un favore. Soprattutto, però, sono io che so chiedere aiuto agli altri. Non sempre, ma ogni tanto sì. E questo ti fa sentire molto più leggera.

P.s. Comunque, dottoressa, sta storia del bisogno me l’ha infilata mica male in testa. Ho riletto le mie risposte e l’avrò ripetuto almeno 800 volte. Sto diventando peggio di lei!  Grazie dottoressa! Con affetto, C.

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Grazie a lei, cara C. E’ stato un percorso intenso, a tratti sudato. Porterò con me il ricordo dei suoi mille colori: le gialle risate, la rossa rabbia, l’azzura tristezza, la grigia confusione, il fucsia romantico (“perché pink è poco rock!“). E sì, la questione dei bisogni, che racchiudono tutti i suoi colori e che sono alla base del mio approccio e del mio modo di descrivere i problemi, soprattutto quando si parla di problemi alimentari! Grazie anche a lei, per aver scelto di fare questo percorso con me. =)

Se vuoi approfondire la questione fame nervosa, trovi qui una rassegna degli articoli che ho scritto.
Qui, invece, trovi maggiori informazioni sul percorso “Fame nervosa”.

About The Author

Alessia Romanazzi

Psicologa e psicoterapeuta. Aiuto le persone ad affrontare momenti di stress temporanei o prolungati. Insieme cercheremo la tua personalissima soluzione per superare il momento critico. Mi trovi in studio a Saronno e a Milano. Attraverso Skype in tutto il mondo!

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