Voler essere perfetti parte 1: perché?

Voler essere perfetti: perché

Tutti desiderano sentirsi in gamba e (forse ancor più) essere valutati dagli altri come persone in gamba. Per alcuni, però, la questione viene portata all’eccesso: vogliono essere perfetti.

Questo desiderio, già di per sé, crea un circolo vizioso, quello del non essere mai abbastanza: si rincorre la perfezione e, poiché essere perfetti è impossibile, ogni risultato diverso dal quello “perfetto” viene colto come una conferma di non essere mai davvero all’altezza della situazione.

Anzi, succede di più: quando il risultato non viene raggiunto, ci si sente un continuo fallimento, quando viene raggiunto la persona riesce a godersela (forse) per un pochino, ma poi si insinuano pensieri del tipo: “Mi è andata bene stavolta“, “E’ stato culo“, “Non è comunque abbastanza“, “Quella persona ha fatto molto di più rispetto a me“. Insomma un circolo infinito di insoddisfazione. L’autostima, ovviamente, ne risente.

Essere perfetti: quell’asticella spostata sempre un po’ più in su

Il problema, per chi desidera essere perfetto, è quello per cui sposta l’asticella sempre un po’ più in là: raggiunto il risultato? Manco il tempo di goderselo ed eccoli subito pronti a porsi nuovi obiettivi, più alti, più difficili.

Io la vedo un po’ come la tela di Penelope: “di giorno” faccio di tutto per dimostrare al mondo di essere perfetto, di essere all’altezza di ogni sfida, mentre “di notte” dimostro a me stesso che quello che ho fatto non basta, in fondo non sono così capace. Immaginate quanto possa risentirne l’autostima..!

Chi vive in questo circolo ha, spesso, la sensazione che prima o poi gli altri scopriranno che non sia davvero così bravo. Vive con l’ansia di dimostrare di essere capace e con la fatica di dover costantemente nascondere la mondo le proprie incapacità (della sindrome dell’impostore avevamo parlato qui).

Perché non mi sento mai abbastanza?

Come sempre, ognuno di noi ha i propri perché. Ma proviamo a vedere qualche idea generale. L’autostima e la percezione di sé si formano durante le prime relazioni di cura. ALT questo non significa che se una persona ha bassa autostima è colpa dei genitori, ma il non sentirsi mai abbastanza è frutto ANCHE delle prime relazioni, ossia come si incontrano il modo di essere del bambino con il modo di essere dei genitori. Questo significa che lo stesso comportamento genitoriale può avere conseguenze molto diverse su bambini differenti.

  • Il bambino sente di avere su di sé grandi aspettative, spesso le aspettative che i genitori stessi non hanno realizzato (bambino come prolungamento dei desideri del genitori). I risultati reali, tuttavia, per quanto buoni sembrano non essere mai abbastanza rispetto alle aspettative (“Puoi sempre fare di più“).
  • I risultati del bambino sono vissuti dal genitori come una conferma o disconferma di essere un buon genitore: “Tu non sei mai abbastanza, perché io non sono mai abbastanza come genitore“. Le critiche rivolte al bambino sono spesso critiche rivolte a se stessi e le spinte a far meglio sono modi per provare a mettere un cerotto sul dolore dato dall’idea di non essere un buon genitore.
  • Il bambino cresce con la percezione di poter essere degno d’amore (accettato, amato…) solo nel caso in cui avrà una buona performance: “Se sono perfetto gli altri mi ameranno, se non sono perfetto gli altri non mi vorranno bene/mi rifiuteranno“. Il bambino “decide” quindi di rinunciare alle parti più autentiche di sé (a quello che è, che sente…) per essere certo di essere all’altezza delle altrui aspettative (o di quelle che pensa siano le aspettative altrui).
  • Troppi elogi e/o troppe critiche. Come sempre vince la flessibilità, anche perché elogi e critiche sono due parti della stessa medaglia e, se portati all’eccesso, ottengono entrambi lo stesso risultato: l’insicurezza. Se sulle critiche eccessive siamo tutti d’accordo (un bambino messo costantemente sotto giudizio vive, spesso, nell’insicurezza), sulle lodi la questione è più nascosta. Immaginiamo però di approvare un bambino e di farlo sentire molto considerato solo quando fa le cose meglio degli altri: a seconda del suo modo di essere, è possibile cresca con l’idea che quello sia l’unico modo per essere apprezzati (se è il migliore a scuola, se vince il primo premio in una gara sportiva..).

N.B. Ricordo sempre che NON CI SONO COLPE, ma solo dinamiche. Quello che siamo è il risultato della genetica, del nostro naturale modo di essere che si incontra con il modo di essere degli altri (genitori, insegnanti, allenatori..). Può capitare che il bambino abbia questa percezione (non realistica) o che i genitori abbiano davvero queste aspettative. Anche quando la questione è reale, il risultato dipende sempre da come il bambino vive la faccenda.

Non è possibile affermare: “Sono così perché mia madre/padre/insegnante, ha fatto questo…“. Se il comportamento di quella persona ha avuto una certa presa su di noi è perché noi siamo fatti in un certo modo e, su questa base, ha avuto un certo impatto.

Torna tutto fin qui? Ci sono alcune dinamiche in cui vi ritrovate?
Settimana prossima cerchiamo di capire cosa fare per vivere un po’ meglio quel desiderio di essere sempre perfetti!

About The Author

Alessia Romanazzi

Psicologa e psicoterapeuta. Aiuto le persone ad affrontare momenti di stress temporanei o prolungati. Insieme cercheremo la tua personalissima soluzione per superare il momento critico. Mi trovi in studio a Saronno e a Milano. Attraverso Skype in tutto il mondo!