Ma quindi mi sono bloccato?

Ma quindi mi sono bloccato?

Questo mese trattiamo quattro temi caldi che, quasi sempre, mi trovo a trattare nel corso delle psicoterapie: la paura dell’abbandono, la paura della morte, la sessualità e il blocco di vita.

Partiamo dal blocco, perché in genere quando si arriva in terapia è proprio perché ci si è impantanati su qualcosa.

Alcune crisi di vita sono fisiologiche

Partiamo sempre normalizzando. Ogni fase di vita porta con sé quello che noi psicologi chiamiamo “compito evolutivo“.

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Non iniziamo a farla difficile

OK, la semplifico. Praticamente, possiamo dividere la nostra vita (quella di tutti) in fasi. Ognuna di queste fasi ha un compito, come fosse una missione dei videogiochi, che dobbiamo affrontare per poter passare il livello.

Ovviamente, se avete presente i videogiochi, le missioni mandano in crisi. Ci agitiamo e siamo divisi in due: da un lato abbiamo una voglia tremenda di tornare indietro, che il livello precedente ora sembra decisamente più facile, dall’altro sentiamo una forte spinta e una gran curiosità ad andare avanti.

Questo capita a tutti ed è assolutamente normale. A un certo punto, troviamo la chiave giusta per superare il livello e scopriamo che lo possiamo fare proprio grazie a quello che abbiamo imparato nei precedenti.

Quando il blocco deve preoccupare?

In alcuni casi, il livello risulta difficile da superare. La crisi diventa un po’ più forte del “normale” e ci si blocca.

Come si manifesta il blocco? Bambini che non riescono a dormire da soli, adolescenti e giovani adulti che non riescono più a studiare e si bloccano negli studi, adulti incastrati in relazioni poco soddisfacenti (e, diaciamocelo, anche poco adulte), sessantenni che si “deprimono”.

Insomma, dovremmo preoccuparci quando quel blocco ci impedisce di affrontare la vita quotidiana o le naturali tappe di vita (avere relazioni, studiare, diplomarsi/laurearsi, andare al lavoro, mantenersi da soli…). In molti casi, nella maggior parte direi, questo scatena ansie e preoccupazioni ed è così che ci rendiamo conto che qualcosa non va. L’ansia (o il mangiare compulsivo o la depressione…) non è piacevole, lo so, ma questo permette di chiedere un aiuto. Diventa un fastidioso segnale di allarme che in qualche modo ci attiva per fare qualcosa.

In altri, tuttavia, il disagio è un po’ più nascosto agli occhi della persona, ma evidente agli occhi altrui. Quest’ultima situazione è più complessa, perché è più difficile che la persona scelga di chiedere un aiuto. Che motivo ne avrebbe? E’ proprio il cambiamento quello da cui sta fuggendo, figuriamoci se decide di affrontare un percorso che porta a cambiare!!

Perché mi sono bloccato?

Perché ci si blocca?

Partiamo subito così: ognuno ha le sue ragioni, quindi ogni storia va attentamente osservata e capita. Al di là delle motivazioni soggettive, però, possiamo rintracciare alcune cause tipiche che portano al blocco, alla “paura di crescere”, di passare al livello successivo:

  • Non ci si sente attrezzati. Non si sente di avere gli strumenti per passare alla fase successiva, meglio rimanere nella precedente. Non lo sappiamo mica se saremo in grado di avere una relazione stabile, una casa da mantenere da soli, un figlio…Meglio star fermi dove siamo.
  • Se mi blocco, i miei non moriranno. Questa poi ce la approfondiamo nel prossimo TeaPost. In breve, si tratta di un’illusione: se io non cresco, i miei genitori non invecchieranno e non moriranno.
  • Rimango fermo finché non riceverò le coccole che mi sono mancate. Molti bambini sono stati adultizzati, erano bimbi responsabili, già grandi nonostante l’età. Vengono sempre molto elogiati da bambini, perché sono capaci di badare a se stessi, non rompono troppo le scatole e non richiedono troppa attenzione/preoccupazione. Il prezzo da pagare è loro: da grandi spesso si bloccano perché quella parte bambina/adolescente bisognosa di cure non se la sono vissuta.
  • Mi blocco, così non mi abbandonerete (o io non vi abbandonerò). Crescere implica separarsi, lo impariamo fin da bambini: se vogliamo esplorare la stanza gattonando, dobbiamo staccarci dalla gamba dei nostri genitori. Questo vale anche più avanti e, in alcuni casi, si ha l’idea che quella separazione sia netta, totalitaria, un vero e proprio abbandono (ne parliamo tra due TeaPost). In alcuni casi è il ragazzo a sentirlo, in molti altri sono i genitori a passare il messaggio che non ci si possa separare.
  • Mi blocco perché il mondo fuori è pericoloso. Alcuni si bloccano (spesso con attacchi di panico o depressione) perché hanno paura del mondo circostante. Rimanere a casa, tra le coccole dei genitori è più sicuro e privo di brutte sorprese.
  • Mi blocco perché la coppia genitoriale non regge. Alcuni bambini e ragazzi imparano presto che la coppia formata dai propri genitori scricchiola. Questi bambini e ragazzi non sono mica certi che se decideranno di crescere i genitori ce la faranno a stare insieme. In alcuni casi è “solo” una paura infondata. In altri, quella coppia scricchiola davvero. Quindi ben venga il bimbo/ragazzo nel lettone perché ci dà un alibi: non siamo noi che non riusciamo a comunicare, è perché c’è sempre il figlio in mezzo.
  • Mi blocco perché voi avete avuto una vita infelice e io mi sento in colpa a realizzarmi. Molti figli sentono che genitori hanno avuto una vita poco felice, con ben poco spazio per la realizzazione personale. Temono che, andando avanti e realizzandosi, potranno ferire i genitori. Temono che i propri traguardi rendano ancora più evidente l’infelicità dei genitori. Meglio bloccarsi e non ferirli.
  • Mi blocco perché è doloroso prendere coscienza delle cose che non ho vissuto. Questa in genere è più tipica dai 50-60 anni in poi. Come in tutti gli altri momenti di passaggio si fa un bilancio di vita e, in alcuni casi, si scopre che alcune cose non sono state realizzate. Se questo lo scopre un adolescente, no problem: ha tutta la vita davanti. Ma se lo scopro a 60 anni? Avrò il tempo per realizzarle ugualmente? In alcuni casi no. Quel limite che si para davanti è così doloroso che ci si blocca, ci si butta infinitamente giù.
  • Mi blocco perché ho paura della morte. Questo è simile al secondo punto, ma riguarda se stessi non i genitori. Quando si arriva intorno ai 60 anni, sebbene l’aspettativa di vita sia ancora lunga, si iniziano a fare i conti in maniera più evidente con la morte (spesso, questi blocchi arrivano quando si va in pensione oppure un po’ prima, in menopausa, entrambe cose che ricordano che abbiamo perso una funzione). Ci si blocca per paura della morte, con l’illusione che quel blocco congeli un po’ anche il tempo.

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Vi siete ritrovati in qualche punto?
Oppure avete individuato altre motivazioni per cui vi siete bloccati?

About The Author

Alessia Romanazzi

Psicologa e psicoterapeuta. Aiuto le persone ad affrontare momenti di stress temporanei o prolungati. Insieme cercheremo la tua personalissima soluzione per superare il momento critico. Mi trovi in studio a Saronno e a Milano. Attraverso Skype in tutto il mondo!